Paura e Consapevolezza: i due estremi dell’animo umano

Scritto da Luca Govoni | Pubblicato in Società e Psicologia | il 07-10-2015

urlo-di-munchTorno ancora una volta sul concetto di “paura” già trattato in questo articolo:
Perché c’è tanto odio nella nostra società?

Come mai insisto tanto sulla paura? E perché la contrappongo alla consapevolezza?

Nel rispondere a queste domande tenterò di analizzare la questione da un punto di vista psico-filosofico-evoluzionistico.

Del resto non credo sia possibile spiegare il presente senza analizzare il passato, così come trovo del tutto inutile operare un elenco di fatti storici slegati dal loro contesto culturale.

Diciamo che ho notato un fatto: la paura impedisce alle persone di evolvere dal punto di vista psicologico. Essa agisce come una sorta di cavezza mentale che mantiene la psiche umana legata agli istinti più primordiali. Va notato che i nostri istinti derivano in gran parte proprio dalla paura. La paura è un’emozione e se non fosse presente vedremmo minacciata la nostra stessa sopravvivenza. Pensiamo agli animali feroci e all’effetto che producono sull’essere umano, oppure al timore delle altezze e della velocità.

La coscienza e la capacità di astrazione

C’è però un problema: il cervello umano ha subìto nel corso del tempo uno sviluppo del tutto originale rispetto a quello degli altri animali, e tale evoluzione ha generato la cosiddetta coscienza. Un gatto non è cosciente come lo siamo noi, infatti è lecito supporre che esso non sappia di essere nato e di procedere verso la morte. Tutt’al più il felino è cosciente di esistere qui ed ora. Siete d’accordo?

L’esistenza del gatto gira dunque attorno al suo istinto di sopravvivenza, come è naturale che sia.

L’essere umano percepisce invece lo scorrere del tempo e sa che un giorno morirà. Ciò lo porta a discostarsi in gran parte da quelli che sono i suoi istinti primari, i quali lo vorrebbero totalmente legato alla sopravvivenza della specie. Il lavoro, il denaro, le arti, la cultura, le religioni e quant’altro sono invenzioni nate nel momento in cui gli esseri umani hanno iniziato ad avere coscienza del proprio destino.


Tale primitiva forma di consapevolezza deve aver reso possibile la sviluppo della capacità di astrazione.

pittura-rupestreUn importante prodotto dell’astrazione è il linguaggio. Non sappiamo bene come esso si sia sviluppato, ma è probabile che inizialmente fosse basato su gesti e suoni primordiali, esattamente come avviene negli animali. La lingua parlata è certamente arrivata prima di quella scritta, la quale parrebbe essere stata preceduta dalla pittura.

A sinistra possiamo ammirare una pittura rupestre risalente a decine di migliaia di anni or sono.

Naturalmente la lingua parlata è divenuta possibile soltanto in seguito all’evoluzione morfologica dell’apparato fonatorio. Una scimmia non potrebbe parlare una lingua umana neppure se fosse più consapevole di noi, in quanto la conformazione del suo apparato respiratorio non glielo permetterebbe.

Il denaro rappresenta un evidente esempio di astrazione simbolica. Le religioni spostano il fulcro dell’esistenza all’esterno, trovando in tal modo un significato metafisico a quella che è in realtà una questione piuttosto concreta, ossia la vita e la morte.

La lotta per la sopravvivenza non c’è più, ma esiste ancora la paura

Gli istinti che ci tengono in vita sono andati via via distaccandosi dal concetto di sopravvivenza, non essendo più necessario scappare davanti ai predatori e mettersi all’opera per trovare il cibo indispensabile alla sussistenza. La ricerca del cibo è stata sostituita dall’accumulo del denaro, mentre i predatori non rappresentano più una minaccia.

Tuttavia è rimasta la paura.


Essa si è però trasformata in un’emozione generalizzata e non più focalizzata sulla sopravvivenza fisica dell’individuo. Diciamo che anche la paura è stata sottoposta ad un processo di astrazione, il quale l’ha resa molto difficile da comprendere. Non si tratta più di una paura concreta e specifica, legata agli istinti, per esempio quella che sorge quando ci compare davanti un serpente, bensì di un vero e proprio filtro mentale che agisce sulla coscienza anche in mancanza di una reale minaccia alla sopravvivenza.

Finché non c’era la coscienza immagino che le paure fossero davvero molto basilari, proprio come accade ad un animale che scappa udendo un forte rumore e dopo qualche momento sembra scordarsi dell’episodio.

Il discorso cambia quando entra in gioco la coscienza. La capacità di astrazione porta gli individui a sviluppare fobie e timori del tutto ingiustificati.

Chi è l’incosciente? Io risponderei che si tratta di una persona incapace di provare paura e dunque altrettanto incapace di prevedere gli esiti delle proprie azioni.

Quante persone hanno paura di cose che neppure conoscono? E non mi sto riferendo soltanto ai pericoli fisici! Il che è assolutamente assurdo se ci ricordiamo di possedere il raziocinio. La paura ha senso nel momento in cui serve a proteggerci da qualcosa che minaccia la nostra salute, mentre quando viene rivolta verso un qualcosa che non ci tocca assume automaticamente un ruolo del tutto controproducente.

Si tratta di una vera e propria alterazione della coscienza.

Avere paura della morte significa avere paura della vita

Pensiamo per esempio alla paura della morte. Io posso comprendere la paura della sofferenza, dalla quale non sono immune, ma non capisco chi teme la propria morte. Come scriveva Epicuro: “quando ci sono io non c’è la morte, quando c’è la morte non ci sono io”.

Quello che voglio dire è che il timore della morte si trasforma immediatamente in paura della vita stessa, proviamo a pensarci. Se vivo temendo la morte sarò dominato dalla negatività e la mia esistenza si baserà sull’evitare qualsiasi pericolo, conducendomi alla rinuncia di tutto ciò che può darmi gioia e piacere.

Questo ci fa capire che essere coscienti non significa essere anche consapevoli. Di certo si parte dalla coscienza, ma laddove la paura prende il sopravvento non c’è possibilità di espandere la propria consapevolezza.

Il dualismo paura-consapevolezza

yin-yangHo come l’impressione che i due elementi rappresentino due estremi, da un lato la paura e dall’altro la consapevolezza (alcuni lo chiamano amore).

Una specie di dualismo assolutamente necessario per arrivare ad elaborare una visione più ampia e dunque consapevole della realtà.

Se non esistesse la paura non saremmo neppure stimolati a capirla e superarla, pertanto rimarremmo decisamente meno consapevoli.

D’altro canto la paura è la condizione-base, perciò rimane predominante fintantoché non si decide consapevolmente di affrontarla.

Una volta dato il via al processo di elaborazione della paura si intraprende una strada difficilmente prevedibile nonché ricca di incognite.

Perché farlo, dunque?

Non so rispondere a questa domanda. Io non posso farne a meno, quindi non ho scelta.

Le conseguenze della non consapevolezza

Allo stesso tempo noto che tantissime altre persone fanno di tutto per evitarlo. Preferiscono vivere di fantasie, false certezze, bugie vere e proprie, e tutto ciò per non dover mai fare i conti con la realtà.

Per migliorare la propria consapevolezza temo che sia necessario mettere in discussione tutto quanto, partendo naturalmente da se stessi e dalle proprie sicurezze personali. Più passa il tempo e più è difficile farlo, suppongo, avendo oramai basato la propria vita su pilastri che potrebbero facilmente crollare.

Ecco dunque che si preferisce temere l’ignoto piuttosto che andargli incontro per farne esperienza e comprenderlo. Si decide inconsapevolmente di accettare una visione distorta e dolorosa della vita anziché accettare una semplice verità: siamo creature come tutte le altre e ci adoperiamo per riuscire a dare un senso al nostro tempo.

gatto-allo-specchioSentiamo la necessità di suddividere tutto quanto in due estremi contrapposti: bene e male, bello e brutto, giusto e sbagliato, desiderabile e non desiderabile, dentro e fuori. Abbiamo costantemente bisogno di un nemico da combattere e di un eroe da ammirare. Non riusciamo a bastarci da soli e proiettiamo continuamente i nostri bisogni e la nostra inquietudine sugli altri, rispecchiandoci in essi e rifiutando tutti coloro che riflettono i nostri vuoti.

Ma ovviamente questa visione dualistica ci fa soffrire perché poi dobbiamo fare di tutto per rientrare nelle categorie giuste, anche se sotto sotto non ci appaiono proprio così giuste.

La paura di non farcela ci fa stare male. Ma cosa dobbiamo fare, in definitiva? La risposta che mi sorge spontanea è banale: dobbiamo solo cercare di stare bene.

Ma se avere paura ci fa stare male, perché insistiamo su questa strada?

La potenza della paura nelle religioni

Credo che la paura non possa generare nulla di positivo se non viene affrontata e razionalizzata. Penso al contrario che sia alla base dell’odio, come già ho scritto altrove, e che ci mantenga inchiodati ad un livello di consapevolezza davvero basso.

La paura divide gli esseri umani, genera avidità, guerre, problemi inesistenti, negatività.

La paura produce una forza estremamente intensa e contagiosa. Non a caso gli individui meno consapevoli si circondano di altre persone simili a loro, dando così inizio ad un circolo vizioso.

Sono gli stessi che vivono di certezze assolute e che non comprendono il concetto di relativismo. Ma se qualcuno riesce ad entrare nelle loro corde offrendo una visione alternativa delle cose, e magari addirittura contrapposta, essi abbandonano la vecchia prospettiva per abbracciare quella nuova senza riserve. In pratica passano da una certezza assoluta all’altra, da un dogma all’altro, da un estremo all’altro.

Sospetto che questo modo di agire non abbia nulla a che vedere con l’espansione della propria consapevolezza!

paura-e-consapevolezzaVi faccio un esempio particolarmente attuale: coloro che passano da una religione ad un’altra. In poche parole i soggetti in questione non riescono ad accettare la vita per quella che è, non ce la fanno proprio, sicché hanno bisogno di un’entità esterna che dica loro cosa fare e cosa non fare, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ad un certo punto credono di aver trovato la verità in una nuova entità ed eccoli che corrono a sottomettersi ad essa abbandonando quella che fino al giorno precedente era la loro più grande certezza.

Io ci vedo soltanto una grande paura che cerca di colmarsi attraverso l’edificazione di una realtà illusoria.

Religiosità e ateismo non sono così diversi

Attenzione, non sto dicendo che seguire qualche religione sia sbagliato a priori. Ritengo al contrario che ci sia del vero all’interno dei testi sacri, ma anche tante manipolazioni e adattamenti del tutto “umani” che rendono impossibile risalire al loro contenuto originale.

Mi dissocio da chi definisce le religioni come un “male assoluto”; dal mio punto di vista si tratta soltanto di una delle numerose manifestazioni della paura umana, sicuramente una di quelle che hanno prodotto e producono tuttora grossi problemi sociali e civili. Ma dipende sempre dal modo in cui la singola persona vive la religione, che è una cosa diversa dalla fede. Nella fede non trovo proprio niente di criticabile.

Personalmente mi definisco agnostico, che non significa essere ateo. L’ateo (etimologicamente “senza Dio”) ammette implicitamente l’esistenza di una qualche divinità ma al tempo stesso la nega. In sostanza la differenza fra un ateo e un religioso risiede nel credere. Uno non vuole crederci per principio, l’altro ci crede per principio.

Non è un po’ la stessa cosa?

SocrateLa posizione dell’ateo è di tipo ideologico esattamente come quella del religioso, quando invece la posizione dell’agnostico si basa sulla consapevolezza della propria ignoranza circa la materia in questione.

Socrate diceva, parlando in generale: “so di non sapere”, intendendo con questa affermazione che il fatto di non conoscere un determinato argomento è di per sé un’ottima base di partenza per farne esperienza. Socrate era un uomo curioso, e la curiosità non va d’accordo con la paura.

Non sono in grado di stabilire oggettivamente se esista o meno un Dio al di fuori di me e la mia razionalità, donatami da questa presunta entità creatrice, mi suggerisce di mantenere un atteggiamento critico verso tutto ciò che viene prodotto dall’essere umano, religioni comprese.

Temo purtroppo che le ideologie di qualsiasi genere siano frutto della paura. Si basano ancora una volta sulla necessità di creare fazioni, elementi contrapposti fra loro, dualismo, negatività.

La paura ci distrae da noi stessi e crea illusioni

In generale affermerei che il continuo bisogno di ottenere risposte dall’esterno, abbracciando dunque una qualsiasi religione così come entrando a far parte di un partito politico, mascheri fondamentalmente la paura di guardare dentro se stessi.

Distrazione-di-MassaNon diversamente anche la scienza può diventare una religione. Coloro che devono trovare una risposta scientifica a qualsiasi quesito, arrivando in taluni casi a reprimere la propria parte emotiva e spirituale, li inquadro nuovamente come vittime della paura.

La mente scientifica è in grado di ammettere la propria ignoranza dinanzi a fenomeni che non sono misurabili e ripetibili in laboratorio, invece a volte noto come la scienza ufficiale si accontenti di spiegazioni “comode” pur di non scendere a patti con la sua incapacità di analizzare scientificamente determinate situazioni.

La scienza, dal mio punto di vista, dovrebbe essere motivata dal desiderio di conoscenza e non dalla paura di essa. Sennò che differenza c’è fra scienza e religione?

La consapevolezza, al contrario, è sinonimo di libertà, innanzitutto mentale. Chi conosce le cose non ha motivo di temerle e può persino sfruttarle a suo favore. Ciò che è sconosciuto non spaventa poiché è possibile farne esperienza, basta solo volerlo. Viene così a mancare la necessità di crearsi certezze illusorie il cui unico scopo è quello di mettere a tacere le miserie dell’esistenza.

Essere consapevoli comprende in sé l’essere positivi. La sensazione che ne deriva è quella della serenità e della fiducia in se stessi, laddove la negatività generata dalla paura ci rende costantemente bisognosi di un supporto esterno e dunque perennemente dipendenti da qualcosa e/o qualcuno (schiavitù psicologica).

Ma stiamo attenti a non confondere la positività con l’ottimismo. Quest’ultimo è un prodotto della paura, infatti l’ottimista si rifiuta di vedere la realtà per ciò che è trovandola evidentemente inaccettabile. Paradossalmente considero più cosciente e consapevole chi vede tutto negativamente piuttosto che l’ottimista sfrenato che vive di fantasie.

Se da un lato la paura ci spinge a vivere di dualismi ed illusioni, dall’altro la consapevolezza ci consente di comprendere che la realtà esterna è essenzialmente uno specchio del nostro mondo interiore. La persona gelosa finirà per essere tradita, quella avida perderà i propri risparmi, il bugiardo resterà vittima delle proprie menzogne, chi giudica tutti verrà a sua volta giudicato e così via.

Similmente chi sorride al prossimo otterrà con più facilità un sorriso in cambio, mentre chi si mostra aperto mentalmente tenderà ad incontrare altre persone simili a lui.

Tutte le estremizzazioni e i dualismi sono frutto della paura

Ebbene sì, siamo arrivati al succo della questione. In un certo senso sto estremizzando la faccenda pure io, ma del resto la mia mente non funziona in maniera diversa rispetto a quella di chiunque altro, perciò devo utilizzare le categorie umane per trasmettere i concetti che mi stanno a cuore.

punto-di-vistaGli estremi sono sempre inappropriati, sebbene non se ne possa fare a meno. Paura VS Coraggio, per esempio. Il pauroso è vittima di timori ingiustificati che limitano la sua libertà individuale e quella di chi cerca di relazionarsi con esso. Il coraggioso può essere contemporaneamente un incosciente, oppure più semplicemente una persona che non riflette prima di agire. Ho appena dato la definizione di inconsapevolezza, ve ne siete accorti?

Come avrete già intuito le categorie umane sono limitanti. Il nostro cervello funziona così: prende le informazioni e le scompone in due o più parti, poi trae delle conclusioni influenzate pesantemente dal proprio background culturale ed esperienziale. Non trovate singolare il fatto che per comprendere qualcosa dobbiamo innanzitutto dividerla in più parti? Eppure proviamo un certo fastidio quando qualcuno nota esclusivamente certi tratti del nostro carattere perdendo di vista la complessità del nostro essere. Non è forse così?

Non esistono dunque certezze assolute, bensì un numero illimitato di punti di vista differenti. La vera sfida non sta nel trovare il punto di vista “migliore”, quanto piuttosto nel mantenersi aperti nei confronti delle visioni alternative.

Concludo facendovi notare che paura e consapevolezza non rappresentano l’una l’estremo dell’altra. Come ho scritto poc’anzi l’opposto della paura è il coraggio, oppure l’incoscienza.

La consapevolezza non cerca di estremizzare le cose. Tuttavia per spiegare il mio pensiero a riguardo ho avvertito la necessità di creare categorie contrapposte mettendo la consapevolezza in relazione con la paura. Dal mio modesto punto di vista non è possibile espandere la propria coscienza senza prima analizzare le proprie paure.

La consapevolezza come atto di volontà

Tuttavia la consapevolezza non può essere insegnata. Va compreso che le risposte fondamentali sono da ricercare dentro di noi. Nessun Dio esterno, nessun maestro e nessuna ideologia politica potrà mai fare il lavoro al posto nostro poiché ciascuna di queste cose è un prodotto di altri esseri umani in cerca di conferme.

Inoltre, se davvero esiste un Dio creatore, di certo non è uno di quelli che vengono descritti nei testi sacri. Basta poco per capirlo, infatti quelle entità mostrano tutte delle caratteristiche tremendamente umane. Che senso avrebbe dunque adorare un’entità che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza? Se noi siamo come lei, allora non abbiamo bisogno di cercarla all’esterno.

Ma possiamo anche vedere la questione da un punto di vista alternativo: se noi siamo simili alla divinità che ci ha creati, allora ognuno di noi è Dio.

“La vostra visione apparirà più chiara soltanto quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda l’esterno, sogna. Chi guarda all’interno si sveglia”, così la pensava Carl Gustav Jung.

La conoscenza è il bene principale di cui disponiamo per espandere il nostro mondo interiore e la nostra visione delle cose.

La seconda risorsa è la paura. Sì, proprio la paura. Se essa ha ancora un senso ora che non dobbiamo più lottare per la sopravvivenza fisica, io credo che sia proprio quello di aiutare la nostra coscienza ad espandersi.

Ma per poterlo fare serve un terzo elemento: la volontà individuale. Nessuno mai potrà farlo al posto nostro!

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Sono riuscito a spiegare cos’è la paura e come agisce sulla consapevolezza?

Possiamo discuterne attraverso i commenti, se volete…

 

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Commenti

Numero di commenti su questo articolo: 4
(Paura e Consapevolezza: i due estremi dell’animo umano)

  1. Buongiorno, mi ha molto colpito il tuo articolo, in positivo. Sto riflettendo molto in questo periodo sulla paura e come te sono giunta alla conclusione che può essere un blocco o una grande spinta. Tutto sta nella motivazione che possiamo trovare dentro di noi. Il cambiamento richiede una grande energia e spesso uno stravolgimento della vita… la sofferenza che conosciamo è una certezza, e sappiamo che la possiamo sopportare, l ignoto è sconosciuto. Quindi ci si radica nell abitudine e si sogna. Ma poi arriva un punto nella vita di ciascuno in cui si è “costretti” a scegliere tra rimanere fermi nel cammino o andare avanti e a quel punto c’è chi si rinchiude per paura e chi tira fuori tutte le sue risorse. La chiamano resilienza questa capacità di trarre vantaggio da situazioni di stress. Si può chiamare ingegno, creatività oppure sopravvivenza… perché quando i pericoli nella giungla quotidiana non sono leoni e predatori fisici, lo sono invece i fantasmi che ci portiamo dentro. Ed è con quelli che dobbiamo far pace e la paura sana come tu dici, ci può portare alla consapevolezza e all espansione della nostra coscienza. Grazie per aver condiviso questo messaggio.

  2. Salve Chiara!
    E’ vero, la paura è anche una certezza. Si può decidere di vivere di paure e sofferenze temendo che il cambiamento possa portarci a conseguenze anche peggiori. Però che visione triste dell’esistenza… praticamente sembra una gara al ribasso!

    Il punto di svolta di cui parli è forse l’unico momento in cui si comincia a vivere davvero, ma sta alle singole persone decidere se procedere verso la novità oppure rimanere ancorati alle vecchie miserie.

    Sai cosa penso, io? Penso che se siamo stati forniti di una coscienza, tutto sommato deve esserci una ragione. Forse non arriverò mai a comprenderla attraverso l’intelligenza, ma voglio comunque sfruttare i mezzi che ho a disposizione per fare un tentativo.

    Tanto so già come andrà a finire in ogni caso: morirò. Quindi perché non tentare di dare una svolta alla propria vita finché si è in tempo? ;-)

    Di quello che verrà dopo la morte mi preoccuperò quando sarà il momento…

    Grazie a te per aver letto (e compreso) il mio articolo!

  3. Ogni persona ha il suo percorso… anche un percorso di sofferenza probabilmente ha un senso. Anch’io come te cerco di mettermi alla prova. In fondo la vita è sperimentare.
    Mentre iniziavo a imparare ad andare in moto questa primavera una persona mi ha detto: “non devi capire come si fa, la devi sentire” . Credo sia la stessa cosa per la vita.

  4. Penso che la sofferenza sia necessaria e che bene o male si parta tutti quanti da lì…
    La consapevolezza ti porta anche a capire che puoi sempre tornare indietro, no?
    Ma per poter tornare indietro devi prima fare un passo in avanti.

    Bella frase quella che ti è stata detta. Tante cose sono già dentro di noi, ma dobbiamo trovare il modo di vederle.

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