Quale differenza c’è fra PROIBIRE ed EDUCARE?

Scritto da Luca Govoni | Pubblicato in Società e Psicologia | il 30-01-2016

Approfitto di un commento che ho ricevuto poco fa per affrontare uno di quegli argomenti tanto importanti quanto incompresi: il tema dell’educazione. In particolare vorrei illustrare l’enorme differenza che intercorre fra vietare ed educare. Molte persone confondono i due concetti, mentre in mezzo ci scorre il mare.

Lo faccio copiando ed incollando qui sotto la mia risposta al commento dell’utente, il quale ha replicato al seguente articolo: Abbigliamento tecnico obbligatorio per motociclisti: ogni tanto ci riprovano!

 

Commento

Pippo:
ma infatti se fa tanto caldo da non poter usare le protezioni forse sulla moto è bene non salirci. Cioè non è perchè mi da fastidio la cintura sono legittimato a togliermela

 

Risposta

Beh, non è proprio la stessa cosa, Pippo.
La cintura di sicurezza è obbligatoria, l’abbigliamento protettivo no.
Lo sapevi?

Mi sa che non hai colto il messaggio contenuto fra le righe del mio articolo, il quale voleva sostenere un concetto all’apparenza banale: non è attraverso gli obblighi che si educano le persone, bensì attraverso il buon esempio e la cultura. Gli obblighi e i divieti danno fastidio alle persone intelligenti, mentre quelle superficiali continuano a non rispettarli.

Lo abbiamo sotto gli occhi continuamente. Vedi appunto il caso della cintura di sicurezza. Ci sono zone d’Italia dove nessuno le usa e si muore per un piccolo tamponamento, eppure l’obbligo c’è da decenni. Vedi poi l’obbligo di tenere i bambini sul sedile posteriore all’interno dell’apposito seggiolino. Eppure li vedo spesso sul sedile anteriore, addirittura in braccio ad un adulto.

Vedi il divieto di utilizzare il cellulare alla guida, eppure quando sono in giro fatico a trovare un automobilista che non abbia quel maledetto oggetto in mano.
Ma non era proibito?

Potrei andare ancora avanti, ma penso che chi vuol capire abbia già capito.

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Dialogo con Socrate, un amico di altri tempi.

Scritto da Luca Govoni | Pubblicato in Società e Psicologia | il 06-01-2016

platone-e-socrateVorrei raccontarvi di un mio caro amico del passato, un individuo che mi ha dato tanto senza saperlo.
Quest’uomo arrivava persino ad affermare di non sapere nulla, tuttavia mi ha insegnato moltissimo.
Una di quelle persone che a prima vista trasmettono nulla o quasi, ma che se osservate con attenzione possono aprirci un vero e proprio mondo di idee e possibilità inedite. Non è stato ciò che egli esprimeva con il suo pur gradevole linguaggio verbale a colpirmi, bensì il suo esempio.

Confrontandomi con lui mi sono reso conto che le parole hanno poco valore, che le chiacchiere alla fin fine si perdono nell’etere e le uniche cose che veramente contano sono le intenzioni individuali che motivano il fare. Un buon esempio di vita, di comportamento, ha il potere di risvegliare quella positività che sicuramente alberga da qualche parte nella mente di ogni persona.

Il mio amico è stato per me, senza saperlo, un modello di vita. Sotto quegli abiti trasandati e quell’aspetto fisico così buffo si celava una personalità estremamente coerente e sincera, una di quelle capaci di incrinare in un attimo le presunzioni e la superbia tipiche del pensare umano, trasmettendo al tempo stesso una spinta vitale verso la ricerca di una verità più autentica.

Il mio antico compagno di viaggi si chiama Socrate.
Ricordo le intense passeggiate attraverso le calde e accoglienti strade di Atene, nonché le nostre conversazioni basate non tanto sulle certezze quanto sui dubbi. Rievoco con grande entusiasmo i suoi interrogativi all’apparenza scontati, ma terribilmente profondi una volta valicata la barriera del preconcetto e della presunzione.

Al crepuscolo tornavo a casa tremolante come un bambino che abbia appena sognato un mostro inquietante, ma ero pieno di stupore. Tutti i quesiti che Socrate mi poneva e poneva a se stesso mi mandavano in crisi. Cercavo di rispondere ad essi facendo ricorso alla mia razionalità, solo che mentre lo facevo sentivo crescere dentro di me l’angoscia e l’insicurezza. A volte ero costretto ad interrompere le mie spiegazioni poiché rimanevo senza parole.

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Imparare a gestire le persone negative

Scritto da Luca Govoni | Pubblicato in Società e Psicologia | il 23-12-2015

positivita-negativitaDopo aver definito la paura e gli effetti che provoca sui singoli individui nonché sulla società umana nel suo complesso, sento l’esigenza di concludere l’argomento. Il funzionamento dualistico della nostra mente prevede che per ogni cosa ne esista una contraria. Nel caso della positività si tratta della negatività. Va accettato il fatto che la negatività, e più un generale la paura stessa, è la condizione-base della nostra mente. Gli istinti sono fondati su questo.

Il bisogno di darsi regole precise e certezze assolute (paura) conduce alla negatività. Tutto ciò che non rientra in quelle regole e in quelle certezze genera automaticamente conflitti psicologici. Fin qui non c’è niente di strano, a mio parere. Credo che tutti noi umani temiamo qualcosa. Ciò che fa realmente la differenza è il modo in cui si reagisce ai propri timori.

Reagire alle paure o rassegnarsi ad esse? Questione di scelte…

Alcuni non reagiscono affatto. Eccoli diventare vittime della negatività.
Queste persone fanno del male soprattutto a se stesse.
Altri sostituiscono una paura con una certezza illusoria, il che se vogliamo è pure peggio.
Tante persone malvagie sono del tutto convinte di agire nel bene. Esse fanno del male a se stesse e agli altri.
Abbiamo poi coloro che rifiutano sia di vivere nel terrore che nell’illusione. Queste persone potremmo definirle realiste. Non danneggiano nessuno in maniera diretta, ma tendono a diventare ciniche.
Infine ci sono quelli che decidono consapevolmente di analizzare e comprendere le proprie paure per vedere che cosa ne viene fuori. Questi ultimi affrontano il lato oscuro della mente e cercano di sfruttare l’energia delle proprie paure per costruire qualcosa di nuovo.
Attenzione, si tratta di un lavoro individuale che riguarda esclusivamente la propria persona.
Lo scopo non dovrebbe essere quello di cambiare il mondo, bensì di capire meglio la propria interiorità.

Essere positivi non significa negare l’esistenza della negatività. Quello si chiama ottimismo e potrebbe essere inquadrato come una forma di psicosi. Semplicemente si preferisce focalizzarsi in maniera consapevole sugli aspetti gradevoli e costruttivi dell’esistenza piuttosto che fissarsi sulle sue miserie (la morte, le malattie, i pericoli, l’egoismo, la cattiveria, il materialismo ecc).

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Perché c’è tanto odio nella nostra società?

Scritto da Luca Govoni | Pubblicato in Società e Psicologia | il 04-11-2014

bene-e-maleScrivo questo articolo perché sono una persona molto sensibile alle ingiustizie e alla cattiveria umana. Quando mi trovo davanti un individuo che giudica e disprezza qualcosa, qualcuno o intere categorie di persone senza una ragione fondata, mi metto automaticamente a pensare. La mia non è soltanto curiosità scientifica, ma anche -credo- un tentativo subconscio di produrre una giustificazione alla cattiveria apparentemente ingiustificata che mi trovo a dover affrontare. La cattiveria mi fa paura.

Credo sia umano cercare delle spiegazioni anche ai comportamenti più deleteri, e le conseguenze disastrose di tale pratica le vediamo chiaramente quando prendono forma nel sistema giudiziario. Si arriva così a giustificare l’atto più immondo e non è raro che i criminali la facciano franca proprio a causa del giustificazionismo tipico della società italiana. L’assassino diventa un disperato che non aveva altra scelta che uccidere, il ladro è invece colui/colei che vive in condizioni di estremo disagio e che si trova obbligato a sottrarre qualcosa a qualcun altro per poter sopravvivere.

Ciò che accade in questi contesti è molto semplice: l’attenzione si sposta dal crimine al criminale. Così facendo esso non viene più inquadrato come un delinquente ma piuttosto come una persona dotata di pregi, difetti e sentimenti. Il problema di fondo è che la giustizia dovrebbe valutare il crimine e non la persona, perché diversamente diviene possibile trovare una giustificazione a qualsiasi tipo di reato.

1 – In equilibrio instabile fra egoismo e paura

Torniamo però al tema principale di questo articolo: l’odio. Tante persone vivono in una costante situazione di invidia verso il prossimo. Non sempre sono consapevoli di essere invidiose, anzi direi che spesso non lo sono. Ma da cosa deriva l’invidia? L’essere umano è fondamentalmente egoista, infatti il suo istinto di sopravvivenza lo spinge ad accaparrarsi tutto quanto a discapito del prossimo. Volendo essere precisi dovremmo però parlare di egocentrismo, che di fatto costituisce un’estremizzazione dell’egoismo. Nella sua accezione primaria egoismo significa semplicemente “amore per se stessi”.

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